Traducciones al italiano y al francés de «Sociedades de papel»

En italiano:

Società di carta

Il coronavirus, questa pandemia così interessatamente sfruttata dai mezzi di comunicazione e così presente anche nelle più brevi conversazioni, ci permette di contemplare la società nel suo scheletro, spoglia di tutta quella sofisticata infrastruttura che le è stata posta sopra.

Parlare degli aspetti negativi, sociali e individuali che il coronavirus ha tirato in ballo è una ovvietà. Oltre alle questioni rigorosamente sanitarie, delle quali non parlerò per evitare la tendenza di salire sul pulpito per parlare senza sapere, il «fenomeno coronavirus», come elemento mediatico e sociologico, è stato costruito sul panico piuttosto che sull’informazione. Al di là delle incontrollabili pulsioni ataviche ed ancestrali, la cultura pop ci ha predisposto perfettamente a questo. Nella letteratura e il cinema, gli infettati furono rimpiazzati poco a poco dagli zombies (così come gli zombies dagli extraterrestri), e una paura più reale e verosimile, il terrore scientifico, ha sostituito il terrore religioso o folclorico.

Il panico del contagio, ciclico nelle nostre società, mantiene intatto, indipendentemente dall’epoca, il panico invisibile e sopra tutto il panico dell’altro, dei nostri simili. La differenza tra una malattia come il virus dell’influenza A o il coronavirus è che non si può incolpare l’infettato per le sue abitudini e restare tranquilli, pensando che si tratti di un tipo di punizione morale (come era successo con l’AIDS e la relativa criminalizzazione dei tossicodipendenti e della comunità gay). Questa fu la tendenza iniziale, e gli effluvi razzisti e xenofobi hanno segnato la genesi del racconto mentre le reti sociali si riempivano di zuppe di pipistrello e cittadini cinesi indifferenti ai cadaveri sul pavimento. Ma lo stato di isteria globale che stiamo vivendo risponde a un fatto intensamente elementare: chiunque si può contagiare. E questo significa che i ricchi, quelli che controllano il discorso, quelli che decidono di cosa dobbiamo preoccuparci, anche loro sono contagiati. Non è un caso che sia stato il turismo, il divertimento delle classi medie, la via preferenziale del contagio internazionale.

Non ci preoccupiamo di altre pandemie come la fame, la povertà o gli sfratti; ci preoccupiamo di una malattia che possono contrarre anche i consiglieri, i deputati, i giudici, gli agenti di borsa, gli amministratori di condominio o i notai. Per questo motivo, il coronavirus, molto più contagioso della fame, ma meno letale, impone l’attualità.

A parte questa riflessione, è evidente che questo virus ha tirato fuori tutti gli effetti negativi che accompagnano la maggioranza dei momenti di crisi e convulsione quando le ricette rivoluzionarie non sono all’altezza per controprogrammare. A livello personale, la meschinità, l’insensibilità, l’accumulazione compulsiva, la mancanza di solidarietà, descrivono molte delle nostre reazioni. A livello collettivo, politico ed economico, questa può diventare un’opportunità insuperabile, come fu la crisi iniziata nel 2008, per aggravare il modello sociale, imporre delle condizioni lavorativi ancora più indegne, togliere diritti e libertà, questionare la sanità universale gratuita, restringere ancora più le migrazioni e invitarci a ignorare la sorte di chi ci sta intorno.

Ma non sarebbe un’assurdità concludere che qualcosa di buono si potrebbe anche trarre da questa situazione? Lo sarebbe, eppure…eppure possiamo ancora analizzare con un’ottica diversa la nostra realtà, nonostante le palate di merda che ci buttano sopra. Le situazioni di caos e collasso ci permettono anche di capire la vita e i rapporti umani in maniera molto più semplice. Da questa situazione emerge l’egoismo più aspro, ma emerge anche la necessità di creare reti di cooperazione e mutuo supporto per prenderci cura di anziani e bambini. La gente comincia, anche se superficialmente, a mettere in questione l’importanza reale di certi rituali sociali che prima l’angosciava: giudizi in attesa, provvedimenti disciplinari, obiettivi lavorativi, pagamento di debiti, etc. La sopravvivenza, quell’istinto primario, può tirare fuori il peggio di noi, ma allo stesso tempo ci obbliga a relativizzare tutto quel mondo ufficiale che si incrina e si spezza davanti ai nostri occhi quando la nostra vita è a rischio. In queste situazioni vediamo le cuciture del Sistema1.

Possono ancora costringerci a produrre (nessuno vuole che la ruota smetta di girare, da qui il discorso sull’obbedienza lavorativa e l’imperativo, sempre dettato verticalmente, di «dare una mano»), ma la società deve relegare sempre «a più tardi», «quando tutto migliorerà», meccanismi che fino a poco erano ineludibili per il buon funzionamento sociale, per assicurare la nostra esistenza come civilizzazione.

Adesso non è ormai così imperativo punire i trasgressori del contratto sociale, possiamo posporre i giudizi non urgenti a più tardi. Si cancellano congressi, riunioni importanti, interviste di lavoro, affari economici, eventi sportivi, atti politici, processi giudiziari, tutto ciò che poco fa costituiva una piccola parte del nostro ordine stabilito. Le cose che ieri erano fondamentali, inevitabili come la morte, oggi sembrano una grande cazzata. Le cose artificiali vengono scoperte ed impariamo a stabilire le priorità. Il mondo delle leggi e dei convenzionalismi sociali, la pesante liturgia dello statu quo, d’un tratto non significano più nulla davanti alla necessità elementare di restare vivi e al sicuro, di proteggere i nostri (peccato che quel termine sia così restrittivo); davanti alla pulsione istintiva di sopravvivere2.

Se ci sono misure prese con difficoltà, come interrompere le lezioni in tutto lo Stato, è semplicemente perché si sa quanto questo influirebbe sulla produzione (anche le scuole sono state concepite per immagazzinare i bambini). Se non fosse per questa circostanza, anche l’indottrinamento, la necessità di generare curriculum accademici, l’educazione nazionale che era stata già posta in questione fin dall’inizio da William Godwin3, si può mettere in pausa fino a tempi migliori.

Tuttavia, questo non significa che «quanto peggio, tanto meglio». Per niente. C’è da sperare che la situazione non degeneri, fermare l’apocalissi senza bisogno che i ricchi si rinchiudano in un bunker e la cosa più probabile e realista è che ciò accada. Ma se ciò non fosse, pensiamo davvero che il mondo che sopravvivrà al crollo sarà necessariamente migliore di questo? Le distopie post-apocalittiche hanno sempre qualcosa di reazionario. Il messaggio di fondo è «valuta la società dove abiti, lotta per conservarla, perché è meglio che qualsiasi cosa che verrà». Una pecca conformista, eppure, se guardiamo a come sono stati organizzati i progetti sociali e i collettivi politici che dovrebbero presentare un’alternativa a questo sistema, la cosa più probabile è che il mondo di domani non sarà poi meglio di quello di oggi, per quanto questo sia già orribile.

Il futuro, con una struttura capitalista e governativa debole, non deve per forza riservare una arcadia idillica di mutuo supporto, decrescita e vita semplificata. Le opzioni più probabili sono molte e molto diverse: dittature militari più drastiche delle attuali dittature democratiche, guerre di tutti contro tutti, signori della guerra lottando per controllare regni di Taifa e chissà che altro.

Se vogliamo che sorga qualcosa di positivo dai momenti di crisi, non basta profetizzare la fine del mondo e accontentarsi dell’essere testimoni del tramonto dalla nostra torre d’avorio. Dobbiamo creare, subito, le impalcature, le reti e l’organizzazione necessaria per dare una risposta al naufragio, per non cominciare dal nulla quando la società si screpolerà e la specie umana avrà perso la bussola. Se non ci impegniamo a creare oggi le strutture cooperative e solidali che testeranno già l’autogestione economica e l’autonomia politica nei nostri quartieri (e non solo in comunità isolate di chi è già convinto), il futuro si assomiglierà molto più probabilmente a quello che la cultura pop ci ha insegnato decenni fa sul grande schermo.

Il crollo è un’opportunità, ma non necessariamente una opportunità di miglioramento. Questo dipende soltanto da noi.

Come disse Gustav Landauer: «La rivoluzione è arrivata in un modo che io non avevo previsto; è arrivata la guerra, e sì l’avevo prevista; ed ho visto subitamente che nella guerra si preparavano, incontenibili, il crollo e la rivoluzione»4.

Ruymán Rodríguez

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1 La fragilità di tutto il reticolo sociale si vede con totale nitidezza in momenti di crisi collettiva, ma anche, sporadicamente, in diverse situazioni di conflitto personale. Niente ci mostra meglio la debolezza e immaturità del Sistema che attendere alla farsa di un giudizio o pernottare in prigione. Una società che invia i trasgressori in una camera scura, come fanno i nefasti genitori con i figli disobbedenti, è una società fallita. Henry David Thoreau arrivò alla stessa conclusione durante l’unica notte che dormì in una cella: «[…] Mi hanno lasciato una notte in carcere e, mentre meditavo ed esaminavo le pareti di solida pietra […] e l’inferrata che filtrava la luce, non ho potuto meno di pensare nella stupidità di questa istituzione che mi trattava come se fosse semplicemente un pezzo di carne, sangue e ossa, suscettibile di essere chiuso sottochiave. Ho capito che lo Stato era ingegnoso a metà, […] e ho perso tutto il rispetto che ne avevo per esso e ho sentito pena» (La disobbedienza civile, 1849).

2 Un metodo infallibile per risolvere cosa sarebbe veramente imprescindibile in una società reale, dal lavoro alle cose, è considerare l’utilità di queste cose in una società non industrializzata, ad esempio, un’isola deserta. Che utilità avrebbe in questo contesto i soldi rispetto all’acqua potabile? Chi preferiremmo come compagni di viaggio, un gioielliere o un infermiere? La necessità segnala la risposta e rivela che viviamo in una società puramente artificiale.

3 Nel saggio L’inchiesta sulla giustizia politica (1793) Godwin dedica un capitolo intero «all’Educazione nazionale» (educazione statale) e propone alcune analisi di piena attualità che troverebbero continuità nel XX secolo: «dal momento in cui un sistema [educativo] adotta una forma istituzionale, offre all’improvviso questa caratteristica inconfondibile: l’orrore al cambio, […] Invece di fornire ai propri alunni la capacità necessaria di questionare qualsiasi proposizione rispetto alla prova dell’esame, gli insegna a difendere i dogma stabiliti».

4 Al prefazio che lui stesso ha fatto alla seconda edizione (1919) del suo Appello al socialismo.

En francés:

Sociétés en papier

Le coronavirus ; une pandémie que les médias ont su exploiter de manière si intéressée et qui ne peut être omise même dans la conversation la plus brève, nous permet au même temps d’observer la société dans son squelette, sans toute l’infrastructure sophistiquée qui a été construite sur elle.

Parler des aspects négatifs, sociaux et individuels, qui ont été mis en évidence par le coronavirus est une lapalissade. Au-delà des enjeux strictement sanitaires, que je n’aborderai pas ici pour éviter la tendance répandue de donner des leçons sur les choses que l’on ignore, le “phénomène coronavirus” comme élément médiatique et sociologique a été construit sur la panique plutôt que sur l’information. Au-delà des incontrôlables pulsions ataviques et ancestrales, la pop culture nous a prédisposé parfaitement à cela. Dans la littérature et dans le cinéma, les personnes infectées ont peu à peu déplacé les zombies (de la même manière que les zombies ont déplacé les extraterrestres) ; et une peur plus réelle et crédible, la terreur scientifique, qui a remplacé progressivement l’autre, la terreur religieuse ou folklorique.

La peur de l’infection, cyclique dans nos sociétés, maintient intacte, indépendamment de l’époque, la peur invisible et surtout la peur de l’autre, de nos semblables. La différence entre une maladie comme la grippe A et le coronavirus est que l’infecté ne peut être rendu coupable à cause de ses habitudes pour ainsi pouvoir se poser tranquillement en pensant qu’il s’agit d’une sorte de punition morale (au contraire de ce qui s’est passé avec le SIDA quand la communauté homosexuelle ou les toxicomanes ont été criminalisés). Telle était la tendance au début, lorsque les effluves racistes et xénophobes ont défini la genèse du récit pendant que le réseau Internet s’inondait de soupes de chauve-souris et de citoyens chinois indifférents face à des piles de cadavres. La situation d’hystérie que l’on est en train de souffrir répond cependant à un fait férocement primaire : n’importe qui peut attraper le virus. Cela implique que les riches, ceux qui contrôlent le récit, ceux qui décident ce que doit nous inquiéter, attrapent aussi le virus. Ce n’est pas par hasard que le tourisme, loisir de la classe moyenne, soit le moyen privilégié pour la propagation internationale du virus.

On ne s’inquiète pas d’autres pandémies comme la faim, la pauvreté ou les expulsions locatives ; on s’inquiète à cause d’une maladie qui peut toucher les conseillers, les députés, les juges, les agents de change, les administrateurs de biens ou les notaires. C’est pour cela que le coronavirus, beaucoup plus contagieux que la faim, mais beaucoup moins mortel, fait l’actualité.

Au-delà de cette réflexion, il est évident que ce virus est en train de faire ressortir tous les effets négatifs qui suivent à la plupart des moments de crise et de convulsions lorsque les recettes révolutionnaires ne sont pas à la hauteur pour enrayer la situation. Dans un niveau plus personnel, la mesquinerie, le manque de sensibilité, les pulsions d’appropriation et le manque de solidarité conditionnent la plupart de nos comportements. Sur le plan collectif, politique et économique, on se trouve possiblement face à une excellente opportunité, comme le fut la crise qui commença en 2008, pour empirer le modèle social, imposer des conditions de travail encore plus indignes, limiter les droits et les libertés, remettre en question le système de santé universel et gratuit, restreindre encore plus la migration tout en nous incitant à ignorer le sort des personnes qui nous entourent.

Ne serait-il pas une folie de conclure que l’on pourrait tirer quelque chose de positif de cette situation ? C’est fort probable, cependant… On peut encore analyser avec une autre perspective notre réalité malgré les pelletées de merde que l’on nous jette dessus. Les situations de chaos et de paralysie nous permettent aussi de comprendre la vie et les relations humaines d’une manière beaucoup plus simplifiée. De cette situation peut surgir l’égoïsme le plus âpre, mais aussi le besoin de créer de nouveaux réseaux de coopération, de soutien mutuel, pour pouvoir s’occuper des enfants et des personnes âgées. Les gens commencent, même si de façon très superficielle, à mettre en question l’importance réelle de certains rituels sociaux qui les angoissaient auparavant : Dossiers judiciaires ouverts, dossiers disciplinaires, examens, objectifs professionnels, remboursement de dettes, etc. La survie, cet instinct primaire, peut faire ressortir le pire en nous, mais elle nous oblige aussi à relativiser tout ce monde artificiel qui se fissure et se casse sous nos yeux lorsque l’on risque notre vie. Ce genre de situations rendent les coutures du Système1 visibles. Ils peuvent toujours nous forcer à produire (personne veut que la roue cesse de tourner, ce qui explique le discours sur la nécessité de travailler et l’obligation, toujours dictée verticalement, de “donner un coup de pouce”), mais la société doit repousser pour “plus tard”, “quand tout ira mieux” les mécanismes qui jusqu’à récemment étaient incontournables pour le fonctionnement correct de la société, pour continuer d’exister en tant que civilisation.

Punir les transgresseurs du contrat social a cessé d’être une priorité et les procès n’étant pas urgents pour l’avenir peuvent être reportés. Les congrès, les réunions importantes, les entretiens d’embauche, les affaires, les événements sportifs, les procédures administratives, tout ce qui jusqu’à récemment constituait une partie significative de notre ordre établi, se voit désormais suspendu. Les choses que la veille étaient considérées comme essentielles et si inévitables comme la mort, nous semblent aujourd’hui complètement dérisoires. Tout ce qui est artificiel se voit exposé et nous apprenons à mieux fixer nos priorités. Le monde des lois et des conventions sociales, la pénible liturgie du statu quo, perd tout d’un coup sa signification face au besoin élémentaire de rester sains et saufs et de préserver nos proches (le terme est malheureusement un peu trop restrictif); face à la pulsion instinctive de la survie2.

S’ils se résistent à adopter certaines mesures telles que la suspension des cours dans tout le territoire national, ce n’est que parce qu’ils connaissent les conséquences que cela aurait dans la production (les écoles ont aussi été conçues pour stocker les enfants). Sans cette circonstance, même l’endoctrinement, la nécessité de générer des programmes d’études, l’éducation nationale que William Godwin remettait déjà en question à ses débuts3, pourrait être suspendue jusqu’à l’arrivée de jours meilleurs.

Il ne faut pas cependant penser que «plus ça va mal, mieux c’est». Pas du tout. Le plan est d’empêcher la situation de dégénérer davantage, de mettre fin à l’apocalypse sans que les classes supérieures aient à pénétrer dans un bunker, et c’est ce qui est le plus probable et le plus réaliste. Mais, si ce n’était pas le cas, pensons-nous que le monde qui survivra à l’effondrement serait nécessairement meilleur qu’il ne l’est ? Il y a toujours quelque chose de réactionnaire dans les dystopies postapocalyptiques. Le message sous-jacent est «valorisez la société dans laquelle vous vivez, battez-vous pour la préserver, car elle est meilleure que tout ce qui s’en vient». Il s’agit cependant d’une erreur conformiste : alors que les projets sociaux et les collectifs politiques qui devraient présenter une alternative à ce système sont organisés, il est fort probable que le monde de demain n’aura pas à améliorer le monde d’aujourd’hui, aussi horrible soit-il.

Dans l’avenir, l’affaiblissement de la structure capitaliste et gouvernementale ne va pas forcément nous réserver une Arcadie idyllique de soutien mutuel, de décroissance et d’une vie simplifiée. Les options plus probables sont bien plus nombreuses et différentes : Dictatures militaires plus radicales que les actuelles dictatures démocratiques, guerres de tous contre tous, seigneurs de la guerre qui se battent pour les portions les plus petites de territoire et qui sait quoi d’autre. Pour faire ressortir quelque chose de positif pendant les moments de crise il ne suffit pas de prophétiser la fin du monde pour assister au crépuscule depuis notre Tour d’ivoire. Il est nécessaire de mettre en place dès maintenant la structure, les réseaux et l’organisation nécessaires pour pouvoir faire face au naufrage, pour ne pas avoir à recommencer à zéro lorsque la société sera brisée et l’espèce humaine déboussolée. Si l’on rate l’occasion de créer aujourd’hui les structures coopératives et solidaires qui mettraient déjà à l’épreuve l’autogestion économique et l’autonomie politique de nos quartiers (et pas dans les communautés isolées pour ceux qui sont déjà persuadés), le futur ressemblera beaucoup plus à ce que la pop culture nous transmet à travers le grand écran depuis des décennies.

Le collapse constitue une opportunité, mais pas forcément une opportunité d’amélioration.

Gustav Landauer l’avertit déjà dans le passé: “La révolution est arrivée d’une façon que je n’avais pas prévue; la guerre que j’avais prévue est arrivée; et très rapidement j’ai vu que dans son intérieur se préparaient, irrépressiblement, l’effondrement et la révolution”4.

Ruymán Rodríguez

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1La fragilité de tout le tissu social peut être clairement appréciée lors des moments de crise collective, mais aussi, de façon sporadique, dans certaines situations de conflit personnel. Rien nous permet d’observer mieux la faiblesse et l’immaturité du Système qu’assister à la mascarade d’un procès ou passer une nuit en garde à vue. Une société qui enferme les transgresseurs dans une chambre sans lumière comme font les mauvais parents avec les enfants désobéissants est une société brisée. Henry David Thoreau est arrivé à la même conclusion pendant la nuit qu’il a passé au cachot : “ […] cela me valut de passer une nuit en prison ; tandis que j’étais là à considérer les murs de grosses pierres […] et le grillage en fer qui filtrait la lumière, je ne pus m’empêcher d’être saisi devant la bêtise d’une institution qui me traitait comme un paquet de chair, de sang et d’os, bon à être mis sous clef. […] Je compris que, si un rempart de pierre s’élevait entre moi et mes concitoyens, il s’en élevait un autre, bien plus difficile à escalader ou à percer, entre eux et la liberté dont moi, je jouissais. […] Je vis que l’État était un nigaud […] et perdant tout le respect qu’il m’inspirait encore, j’eus pitié de lui” (La désobéissance civile, 1849).

2Une méthode infaillible pour résoudre ce qui est vital dans une société réelle, que ce soient les métiers ou les choses, est de considérer son utilité dans un environnement non industrialisé, par exemple, sur une île déserte. Quelle est l’utilité de l’argent dans ce contexte par rapport à l’eau potable ? Qui préférerions-nous comme compagnon de voyage, un bijoutier ou une infirmière ? La nécessité dicte la réponse et révèle que nous vivons dans une société purement artificielle.

3Dans son Enquête sur la justice politique (1793) (1793) Godwin consacre un chapitre entier à l'»éducation nationale» (enseignement public) et lance des analyses d’une grande actualité qui ne trouveront leur continuité que vers la fin du XXe siècle : «Dès le moment où un système [d’éducation] prend une forme institutionnelle, il offre immédiatement cette caractéristique très reconnaissable : l’horreur du changement. …] Au lieu de donner à ses étudiants la possibilité de mettre à l’épreuve n’importe quelle proposition, elle leur apprend à défendre les dogmes établis».

4Dans la préface écrite par lui-même dans la deuxième édition (1919) de son œuvre Appel au socialisme.